Invecchiare senza patria

  

Con le ali distese ampiamente

la colomba panciuta,

leggermente arruffata,

si precipita

attraverso l'aria pomeridiana limpida

della piazza del mercato nuovo.

Il sole ottobrino,

tramontando,

fa, per un attimo,

balenare il suo piumaggio: grigio ferro

come la ciocca di capelli

che sporge

sotto il cappello lustro

dell'uomo attempato,

a cui  piedi

la colomba cala,

dove briciole di pane

che piovigginano lentamente

dalla mano socchiusa del signore,

le aspettano.

Lo sguardo lucido

dell'uomo distinto

che aveva vissuto forse

settanta primavere piacevoli,

è appeso

alle fiorenti e prosperose creature femminili

che sfrecciano davanti.

 

Un sorriso presuntuoso

corruga

gli angoli della sua bocca e dei suoi occhi.

 

Un’immagine della mia infanzia,

quando io, dodicenne,

venendo dalla scuola,

alla piazza del mercato nuovo,

aspettai

il tram verso casa.

Un'immagine

che con gli anni

diventava sempre più

chiara,

che si sviluppò

ad un'immagine propria.

Sì, anch'io passerò

in avvenire,

dando da mangiare alle colombe

e godendo le bellezze della giornata,

i miei pomeriggi

al pomeriggio della mia vita

sulla piazza del mercato nuovo.

 

Ma

più l'idea si chiarì,

più la realtà la scostava

da me:

 

La città cresceva,

si alzava e si allargava.

 

Crescevo con essa,

mi legavo con essa,

diventò parte del suo organismo

con connessioni innumerevoli

alla gente,

ai palazzi,

alle piazze e vie.

Non riconosciuto ed innominato

dalla città,

ma vivendo in simbiosi

con essa.

 

Ho percepito la città.

Si è accorta di me?

 

Così tanta gente

che è diventata parte di me,

che ha influenzato e determinato

la mia vita,

che ha dato alla mia via

direzione e destinazione.

Ho camminato

su tante strade

verso la città,

attraverso essa,

mi sono soffermato

su piazze innumerevoli,

ho visto alberi crescere,

case e palazzi crollare

e tante e tanti sorgere,

ho messo mano proprio

a questi cambiamenti ed

a questa crescita.

 

Ho passato degli anni

nella e colla città.

 

Ventisette anni!

 

Invecchierò

in questa città?

 

L a realtà presente

di questa città,

della Germania

non mi attizza

speranza.

 

La gente è cambiata

allo sfavore mio.

 

Mi esigono

di abbandonare

la loro città,

il loro paese.

 

Non sono più

tollerato,

si mozzano

i miei legami.

 

 

Il passaporto tedesco

che porto con me

da più di vent'anni,

ha solo valore di straccio,

perché ho la carnagione scura,

e sono perciò

riconoscibile

come straniero.

 

I miei figli,

nati in questa città,

crescendo qui

e muniti

della cittadinanza

tedesca ed

anche italiana

 

sono stranieri.

 

Mia moglie,

dal nostro matrimonio,

15 anni fa,

residente in Germania,

è,

con il suo passaporto italiano,

 

straniera stigmatizzata.

 

Selvaggine libere siamo

per quei tedeschi

che sono regrediti

all'epoca dei cacciatori e raccoglitori.

Paradosso è

che noi "stranieri",

con la nostra aliquota di tasse,

alimentiamo i loro capitribù

nei consigli e governi.

 

Spesso, nelle settimane scorse,

mi trovo

su piazze e vie,

davanti case e palazzi,

e mi faccio sommergere

da immagini,

odori e sentimenti

passati.

 

L'idea

di lasciare la città

e Germania

mi frulla più spesso

per il capo;

specialmente quando

succedono le violazioni

agli stranieri.

 

Sto davanti al Duomo

e mi ricordo

del sentimento

di arrivare a casa,

quando

vidi la sua siluetta.

Se fu

dopo una piccola vacanza

o durante gli otto anni

del mio servizio militare

tedesco.

 

Recentemente una signora anziana

sulla piazza del Duomo

mi chiese,

se fossi già salito

sulla torre.

 

Due volte

ci sono stato lì sopra:

d'obbligo,

durante la mia infanzia,

con tutta la nostra classe,

la prima volta, ed

accompagnando

una classe

come docente,

la seconda volte,

le risposi.

 

Anche lei

c’era salita

due volte, e

volentieri

lei sarebbe salita

ancora una terza volta,

ma le sue gambe

non la portavano più.

 

 

Quando la signora

si era allontanata,

mi volsi, e

sono salito

la mia terza volta.

 

Di nuovo mi trovai

in alto dentro una chiesa,

come le tante volte

quando avevo,

come apprendista,

nelle piccole e grandi chiese

della città,

riparato l'illuminazione.

 

Se fu nella Kolpinghaus

di fronte

all'Hotel Intercontinental

che a quel tempo

ancora non era costruito,

ma dove io,

in un tempo successivo,

passai la mia prima festa di chiusura

della scuola di ballo,

se alle fiere,

alla nuova costruzione dell'edificio

della camera dell'artigianato

o a tante altre case e tante altre istituzioni,

io, nella mia professione di elettrotecnico passato,

avevo,

in modo modesto,

partecipato

alla creazione del volto

della città.

 

Sto sulla piazza di Offenbach

e odo il carillon

della casa 4711.

Accanto a me l'opera,

dove io, tredicenne,

agivo sul palcoscenico.

Il teatro,

dove io,

sia come adolescente

sia come ventenne,

ero comparso sulle scene, e

nuovi orizzonti

mi si aprivano.

 

I quartieri,

nei quali ho abitato,

studiato,

lavorato e

vissuto;

caratteristici

sia per i loro abitanti

sia per il loro ritmo.

 

Uno spettro policromo

che imprime

anche l'abitante.

 

 

Cento avvenimenti

e vicende

che sono accadute

ai luoghi

di questa città.

 

Ognuno

per sé suscitato

dalla località

dell'azione

ad un ricordo,

ad un passato:

 

Al mio passato.

 

Sentimentalità.

 

Congedo e afflizione

entro pochissimo tempo.

 

Non uno sciogliersi

da amici e conoscenti

coll'appoggio

dell'ambiente abituale,

come accade,

passando gli anni

ed invecchiando.

 

Senso d’irriferimento

 

 

I legami

si sciolgono

dolorosamente

portando via con sé

particelle proprie.

 

Immagini,

sentimenti

barcollano

senza connessioni

portando via con sé

l'ieri.

 

Una densità

del tempo inopportuno

tutto contenente

non più reale.

 

 

Patria è,

per me esilio,

i cui nonni

furono emigrati

dall'India in Sudafrica ed

i cui genitori in Germania,

un luogo

dove angoli delle strade,

cantucci di case,

alberi e volti

gli raccontano storie:

La sua storia.

 

Le colombe volano ancora

sopra la piazza del mercato nuovo, ed

io spero

di dover munirmi

di una provvista di briciole di pane

dalla mia pensione.